Tre parole che userei al posto di blogger (e del perché non le uso)

Confesso che il termine blogger mi è sempre stato stretto. In quei folli mesi della mia vita in cui ho cercato, non riuscendo, di improvvisarmi freelance (qui ve la racconto un po’, la faccenda), mi è capitato spesso di essere presentata a qualcuno come “blogger”, “book blogger” e così via.

C’era però qualcosa che non mi tornava, in quella presentazione. Qualcosa che riguarda la lingua italiana e l’adozione di termini che italiani non sono, che nella nostra forma mentis assumono un significato lontano dall’originale.

Ipotizziamo di essere sottoposti a un test di libera associazione: alla parola blogger, lo confesso, il primo concetto che mi viene in mente è marchetta. L’immagine che mi si proietta davanti è quella di un figlio o figlia dei fiori, che trascorre buona parte della giornata davanti al pc con una tazza di tè sulla scrivania, con la valigia sempre piena e il postino che suona ogni due per tre, una vita traboccante di gadget, prodotti e inviti, l’ossessione di recensire (positivamente, quanto più possibile) qualunque cosa capiti a tiro nella propria area di pertinenza.

Un concetto, ahimé, spesso non così distante dalla realtà (se volete saperne di più, vi consiglio l’ottimo ebook curato dall’amico eFFe).

Quando ho chiuso Prove tecniche di sogni, l’ho fatto per questo motivo: come marchettara non ero credibile, gli editori non mi mandavano chili di libri gratis a casa, mi ero giocata male le opportunità di lavoro che il bookblogging mi aveva portato, che senso aveva continuare?

Così ho pensato che avrei potuto fare la giornalista, o la social media editor, o qualcos’altro.

Così è andata avanti qualche mese.

Finché non è arrivato il mio attuale (temporaneo) lavoro, che mi ha portata a un genere di scrittura che non avevo mai accarezzato prima: la scrittura di testi tecnici.

La disintossicazione da tutti i credevo-potevo-sapevo è stata molto utile, nel processo di riavvicinamento alla scrittura. Da lì è nata Emma, che al momento è in culla che dorme, da lì è nato questo spazio.

Oggi la penso un po’ diversamente, sul discorso blog. Ieri mattina ho letto un post di Jeff Bullas che in apparenza non centra nulla (il titolo è 21 Steps to Create an Awesome LinkedIn Profile), ma che comincia con queste parole:

«Attending a conference, a networking event or a dinner party often leads to “that” question. “So what do you do?

(…)

I remember one conversation, when I answered with the one word description “blogger”. The response was, “never met a blogger before”. Often the next part of the communication can get a little tricky when you have to describe what that means»

Già, tricky. Complesso. Spiegare chi è un blogger e cosa fa può risultare difficile. Il punto però è: Jeff Bullas, come molti altri, definisce se stesso un blogger. Per l’esattezza, come scritto nella bio sul suo blog, “I am a blogger, author, strategist and speaker“.

La parola blogger è usata, in ambito anglosassone, con una maggiore consapevolezza rispetto all’Italia. Il blogger è quello che nella nostra lingua condensiamo con imbarazzanti neologismi anglofoni: i vari manager, strategist, planner, digitalcosi, spesso sono blogger che non vogliono confondersi con i marchettari. Che hanno una professionalità acquisita e vogliono rivendicarla con termini più “professionali”.

Personalmente, trovo che siano tre le parole più efficaci da utilizzare al posto di blogger:

1- Giornalista, come la mia maestra e amica Laura Guglielmi. Qui il terreno è spinoso, perché in Italia l’esercizio della professione implica l’iscrizione a un Ordine (e io iscritta non sono, per mia negligenza) e perché tanta letteratura si è sprecata su quanto i due termini (giornalista e blogger) indichino spesso di fatto la stessa cosa.

2- Storyteller. Espressione che amo molto (rubata a Virginia Fiume), che rimanda alla vocazione del narrare, del raccontare la propria storia, con i diversi mezzi che il 2.0 ci mette a disposizione. Un testo per un sito è narrazione, un tweet è narrazione, un post di blog è narrazione.

3- Web writer. Un tempo non mi piaceva questa espressione, mi sembrava limitativa. Come recita la prima regola del SEO content writers’ Manifesto, dall’omonimo blog di Heather Lloyd, «I am more than “just a writer”».

Siamo sicuri, però, che questa definizione sia corretta?

Con il tempo e molta riflessione sono arrivata a dissentire. Il merito è di chi, come Riccardo Esposito, ha scelto di usare questo termine che non sfora nel copywriting (ancora molto legato alla comunicazione pubblicitaria tout court), né nel social media marketing (pur lavorando lui anche in questo ramo). Leggo il suo blog ogni giorno e ammiro il suo lavoro.

Forse la regola di cui sopra va ribaltata. Forse ogni writer (ogni blogger, aggiungo io) «is more than “just a content editor”».

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3 thoughts on “Tre parole che userei al posto di blogger (e del perché non le uso)

  1. Ottimo post!
    E grazie per la citazione :)
    Nel frattempo mi trovo sempre più spesso davanti alla domanda “what do you do?” e ancora mi impappino. Opto per content curator. Ma non sono ancora convinta. Comunque è bello e utile interrogarsi.

    • Utilissimo. Le parole sono tante, spesso talmente simili una all’altra che è difficile trovare quelle più giuste. Interrogarsi su chi si è e chi si vuole diventare è comunque un bello stimolo :)

      Saluti a Vancouver :)

  2. Pingback: Tranquilli, sono ancora viva | Piacere, Marta. Vi presento Emma.

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