Mitologie femministe

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«“Molto tempo dopo, vecchio e cieco, camminando per le strade, Edipo sentì un odore familiare. Era la Sfinge.

Edipo disse: “Voglio farti una domanda. Perché non ho riconosciuto mia madre?”.

“Avevi dato la risposta sbagliata,” disse la Sfinge.

“Ma fu proprio la mia risposta a rendere possibile ogni cosa.”

“No,” disse lei. “Quando ti domandai cosa cammina con quattro gambe al mattino, con due a mezzogiorno e con tre alla sera, tu rispondesti l’Uomo. Delle donne non facesti menzione.”

“Quando si dice l’Uomo,” disse Edipo, “si includono anche le donne. Questo, lo sanno tutti.”

“Questo lo pensi tu”, disse la Sfinge».

Muriel Rukeyser

Tailleur rosso laurea: un mio racconto

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Emma prende forma e Andrea con lei. La prima, autentica storia in cui racconto la loro amicizia ha ricevuto una menzione al concorso letterario Il mio vestito, una seconda pelle indetto da Officina Letteraria e Lo Spaventapasseri. Ho ritirato ieri il mio bellissimo premio (grazie!!) e ora condivido, con chi avrà la pazienza di arrivare fino in fondo nella lettura, la prima volta di Emma in questo mondo.

TAILLEUR ROSSO LAUREA
A Emma basta un minuto per temere che Andrea non si sarebbe presentato. Il tempo di varcare la porta dell’aula magna e dare una rapida scorsa alle prime file, già stipate di genitori, fratellini, nonne e zie, giunte fin lì con il primo autobus del mattino per occupare i posti migliori e ascoltare tutti i tesisti (tutti!) anche se il piccolo genio di casa ha il cognome che inizia per V.

Tutte con il vestito buono, stessa fattura di quello indossato alla sua prima Comunione. Tutte con qualcosa di rosso, che porta bene, è il colore delle lauree, così come ai matrimoni porta bene indossare qualcosa di blu. Tutte con il trucco ripassato di fresco nel bagno del bar di facoltà, le scarpe in tinta con la borsetta, e nella tasca interna del cappotto lo scontrino del parrucchiere ancora caldo di stampa.

Toccherà anche a lei, al prossimo giro. Sua madre è sei mesi che la tormenta per sapere cosa si metterà. Anzi, cosa si comprerà. Perché vorrai ben comprare qualcosa, tesoro, non andrai certo a diventare la prima donna laureata della famiglia con quelle robe dozzinali da centro sociale che porti di solito. Robe dozzinali. Centro sociale. Mai indossato un tailleur in vita sua. Non sa neanche come si pronuncia, in bocca le viene un farfuglio strano tipo taglioour. Mai stata neanche in un centro sociale, a dirla tutta.

Andrea sì, una volta. Sera di Halloween di due anni fa. Lei non andò, aveva la febbre. Fu la prima volta che lo vide uscire di casa vestito da donna. Tema della festa: Coppie famose nella storia. Lui e Fabio Cosentini facevano Gomez e Morticia, e sì, insomma, Andrea, con quei lineamenti così femminili, il collo così lungo, e le dita, vogliamo parlare delle dita, era una Morticia perfetta. Si era tinto le sopracciglia di nero perché si intonassero con la parrucca, il colore ci mise poi tre settimane a venir via del tutto. Aveva indossato un paio di ballerine con il tacco, lui che i tacchi li detestava. Quando Fabio venne a prenderlo, restò sbalordito da quanto fosse realistico il rigonfiamento del seno sotto il vestito, sembravano vere. Emma si morse la lingua per non sorriderne. Pochi minuti prima aveva aiutato Andrea a togliere la fascia, che ormai per abitudine portava anche in casa, e gli aveva medicato una piccola escoriazione sotto il seno destro, che da qualche giorno non voleva saperne di guarire. Capitava ancora, ogni tanto, dopo tutto questo tempo. Quella fascia che stringeva intorno al petto gli graffiava via interi strati di pelle. Solo Emma lo sapeva.

Lo scoprì per caso, una mattina, entrando in bagno in tutta fretta con una scarpa sì e una no. Andrea si stava lavando le ascelle, piegato sul lavandino. Indossava la fascia. Lui non disse nulla, lei non chiese nulla. Quella sera, Emma era già mezza addormentata, la sorprese nel buio del suo letto. Piangeva. Dividevano quell’appartamento da sole tre settimane.
Ti fa schifo la vista del sangue? le chiese. No, Emma rispose. Vieni con me, in bagno. Due tagli profondi sotto i seni, incisi dalla fascia troppo stretta. Emma lo disinfettò, Lui stava seduto sul bidet, le gambe divaricate, il tronco in bilico, gli tremavano le mani. Il cotone bruciava sulla pelle.
Non dirlo a nessuno, le fece promettere prima della buonanotte.

L’aula magna continua a riempirsi, senza di lui. Mancano quindici minuti alle nove.
È stato Andrea a chiederle di accompagnarlo in centro a scegliere un vestito. Erano stati alle lauree dei loro amici, di quelli che già c’erano passati: vedere incravattati gli stessi ragazzi che fino alla sera prima facevano notte tra un pub e l’altro con jeans strappati e camicia aperta, ecco, li aveva un po’ turbati. Andrea portava spesso la camicia, chiusa, più larga di una taglia. Emma si aspettava che scegliesse un completo giacca e pantalone, un doppiopetto magari, ben stirato, abbinato a qualcosa di totalmente inappropriato, per esempio scarponi pesanti da montagna, loro che li hanno sempre presi in giro gli uomini in doppiopetto e mocassino, con le iniziali ricamate sulla camicia e il fazzoletto bianco di stoffa nella tasca sinistra dei pantaloni.
Quando chiedeva ad Andrea che tipo di uomo avrebbe voluto essere, lui non rispondeva.

La via principale del centro era lunga millequattrocento passi. Una quindicina di negozi di abbigliamento, esclusi quelli solo per bambini. Emma stava tre passi dietro ad Andrea. Osservava la sua schiena ricurva, i piedi quasi immobili, i capelli scompigliati dal vento. Era il suo momento, erano i suoi tempi.
Davanti alla prima vetrina non si fermò. Non voltò neppure la testa, o almeno Emma ebbe questa impressione. Lei lo fece. Abiti vintage, di quelli che sua madre avrebbe definito una buona scusa per spendere soldi e vestirsi male, di quelli che lei, Emma, non avrebbe indossato altro.
Al secondo negozio Andrea stava per entrare. Punta tacco sulla destra, ma il riflesso del vetro gli fece scorgere, all’interno, quella strega di Francesca Iorio con mamma e fidanzato al seguito. Pure lei in dirittura d’arrivo con la tesi. Ogni volta che la incontrava, Emma stringeva i polsi per resistere all’impulso di raschiarle via tutto il fondotinta dalla faccia e strapparle le unghie finte a morsi. Lei, che all’esame di storia contemporanea si accorse che la penna non scriveva più, Andrea gliene offrì una delle sue, ma rispose senza neanche guardarlo in faccia che non prendeva cose dai finocchi.
Proseguirono.

Terzo negozio, Andrea si arrestò a due passi della vetrina. Era uno dei più grandi della via, una specie di Harrods dei poveri in versione mignon. Uno di quei negozi provvidenziali quando hai bisogno di fare la tua porca figura spendendo meno di una cena di pesce. Proviamo qui? Ma certo, Emma rispose.
Entrarono. Emma si diresse a passo lesto verso il reparto uomo. Il suo occhio di falco aveva notato una giacca blu notte, in stile marinaretto raffinato, che si sarebbe intonata alla perfezione con i pantaloni che gli aveva rammendato a Capodanno. Tessuto spesso, resistente, di quelli che tengono caldo. Si voltò per dirglielo, ma Andrea era scomparso.
Scomparso nel reparto donna.

Lui, in mezzo a tailleur, camicette scollate e stole di shantung. A disagio. Sfiorava quei capi con la punta delle dita, tenendo il resto del corpo a distanza di sicurezza, braccio proteso e mani tremanti, i piedi leggermente sollevati sulle punte. Emma gli corse incontro.
Se vuoi farmi un regalo, sei nel negozio sbagliato.
Andrea fece una piroetta nella sua direzione, afferrando al volo una camicia azzurra con la manica a tre quarti. Aveva gli occhi rossi.
Non ti ho detto una cosa. Stamattina ha telefonato mia madre. Ha visto su Internet le date della laurea, ha prenotato l’aereo e una notte in albergo con non so quale offerta Last Minute. Mi ha fatto una scenata perché non l’ho avvertita. Sono la prima donna della famiglia a laurearsi, ha comprato uno di quegli stupidi cappelli quadrati, vuole farmi una foto da regalare per Natale a tutti i parenti.
Non c’era bisogno di aggiungere altro.

Andrea era fuori posto. Gli unici abiti da donna che aveva indossato negli ultimi tre anni erano gli stessi con cui era partita, due valigie sul treno subito dopo il diploma, che conservava nel piano più alto dell’armadio e rinfrescava di Coloreria Italiana una volta l’anno. Non se ne intendeva più, di scarpe, bottoni e colletti.
È per la sua fidanzata? Le consiglio il verde, si sposa molto bene con il colore dei suoi capelli.
La commessa si precipitò su di loro con enfasi, come se accontentarli e trascinarli alla cassa più vicina con le braccia cariche di stoffe fosse la tappa di una qualche gara di velocità con le colleghe.
Andrea piegò la testa, occhi serrati, bocca mezza aperta, la camicia azzurra gli scivolò tra le mani.
Ehm… credo che la fidanzata sia io, intervenne Emma, sottovoce, mentre la ragazza con un balzo atletico raccoglieva la camicia da terra, la riassettava nella gruccia e la riappendeva al suo posto.
Emma bloccò Andrea per un polso prima che schizzasse fuori dal negozio.
Verde… non saprei. Domani lui si deve laureare. Non ha qualcosa di… rosso laurea?
La commessa strabuzza gli occhi. Ad Andrea sfugge un sorriso: missione compiuta.
Rosso laurea, ha detto?
Sì, rosso laurea. Intendo non un rosso effetto semaforo, un rosso… rosso, ma sobrio.
Ehm… vedo che posso fare.
La commessa si diresse a passo spedito due file più in là, a scartabellare giacche e pantaloni, mentre Emma lasciava andare il polso di Andrea e lo accarezzava piano con l’indice.
Preferivo il verde, replicò lui. Scuro, militare, effetto lucertola. Sta arrivando la mamma, è giorno di muta.
La commessa ritornò con un completo cremisi, sofisticato, che si faceva notare. La giacca aveva una profonda scollatura a V.
Che taglia è? Lo prendiamo, disse Andrea senza neanche guardarlo.
Come fai con la fascia? gli sussurrò Emma in modo da non farsi sentire.

Andrea restò in silenzio. A Emma tornarono in mente quei pantaloni bordeaux a zampa d’elefante che aveva trovato una volta, sbirciando nella sua valigia. Lo aveva supplicato un’infinità di volte di prestarglieli, erano così belli, che spreco tenerli sigillati dentro l’armadio, ma lui non voleva saperne. Non le aveva mai permesso di toccare i suoi vestiti della muta, così li chiamava. Tantomeno di essere presente quando si cambiava per partire, treno Frecciabianca delle 5.45, l’orario ideale perché nessun amico, vicino o conoscente lo incontrasse per caso in metropolitana, per strada, sui binari, perché nessuno lo vedesse nella sua prima pelle, quella che gli è toccata per nascita, quella che a ogni muta, Natale e Ferragosto, si ricuce addosso.
Ecsidi, o esuviazione, così si chiama in termini scientifici. L’animale si strofina contro una superficie dura e ruvida, come un muro di pietra, e la seconda pelle gli scivola via tutta di un colpo, come quando ti sfili un calzino. Le mute di Andrea avvenivano mentre il resto del suo mondo dormiva. Una scelta che Emma rispettava, senza fare domande. Non c’era ancora stata una muta alla luce del sole, alle nove di un venerdì mattina, davanti a tutti coloro che lo hanno sempre e solo conosciuto come Andrea.
Quando la vedrai? Stasera. Dormirò nel suo albergo, vuole stare con me il più possibile, riparte domani, subito dopo la proclamazione. Glielo dirai? La domanda le sfuggì di bocca, Andrea scelse di non coglierla. Seguì la commessa, che aveva già imbustato il tailleur rosso laurea in un sacchetto della stessa tonalità. Coincidenza curiosa, che lo fece arrossire. Quarantanove e cinquanta, prego. Pagò, prese il resto, tornò indietro e soffiò nell’orecchio a Emma un Grazie, prima di svanire nella folla.

I docenti in toga e cappello fanno il loro ingresso. Emma prende posto nell’ultima fila, guarda ancora una volta il cellulare, nessun messaggio. La porta si chiude, subito dopo si riapre.

Nessun rumore di tacchi. Scarponi pesanti, come quelli da montagna, con la suola spessa e le stringhe grigio scuro. Una mano sulla spalla di Emma. Con la coda dell’occhio, scorge l’angolo di un cappotto verde, verde lucertola, inguardabile. Si alza mentre i docenti iniziano i saluti di rito. Alle spalle di Andrea una donna elegante, le spalle curve e la testa bassa, un fazzoletto umido tra le mani giunte, una postura che Emma conosce bene. Fa per avvicinarsi, porgerle la mano, Andrea la blocca e scuote la testa. L’appello arriva fino al suo cognome. Presente! Si sfila in tutta fretta il cappotto. Me lo tieni? le mormora gettandoglielo fra le braccia e camminando veloce verso la cattedra, con la tesi rilegata in mano, rimbombando i piedi a terra con gli scarponi neri da montagna. Le mamme e nonne in prima fila scoppiano a ridere, quando passa loro davanti.
È in quel momento che Emma realizza completamente come si è vestito.

Una camicia verde lucertola, colletto alla coreana, stessa tinta del cappotto, copre la fascia e tutto il resto.
In testa, lo stupido cappello quadrato.
Sopra la camicia, indossa il tailleur rosso laurea.