I 3 esemplari più comuni di Soggetto Intervistato

In un post che ho letto stamattina sul blog Make a living writing si descrive una delle rogne più grandi che possano capitare al giornalista/blogger mentre si sta occupando di un’intervista.

La categoria umana che in inglese si definisce blowhards (pallone gonfiato) comprende le persone che – nel corso di un’intervista – prendono campo (1) straparlando sul nulla ed (2) evidenziando ogni tre parole il suo quantosiamobelli&quantosiamobravi.

È capitato a tutti, almeno una volta. Mentre sono intenta a circumnavigare il web scopro una notizia o un progetto veramente interessante. Contatto la persona, che si mostra subito disponibile all’intervista, concordo l’appuntamento telefonico e… all’improvviso mi accorgo che non c’è nulla, ma proprio nulla di notiziabile in quello che mi sta raccontando, ma ormai il dado è tratto e non posso ferire i suoi sentimenti. Tanto più che quella persona non la smette di parlare, non mi dà tempo di porre mezza domanda o deviare il discorso alla ricerca del focus giusto che mi dia la possibilità di scrivere un articolo simil-decente.

Si sa, spesso a noi gente che scrive viene imposto di ricamare sul niente. Vuoi per le scadenze a stretto giro, vuoi perché in una giornata dobbiamo produrre una mole di contenuti che neanche Stakanov nei suoi giorni migliori, vuoi perché il capo si è mess* in testa che “quello lo dobbiamo intervistare perché è cugino di un mio amico”, a volte il lavoro sporco diventa più sporco che mai.

Non ci sono tecniche di sopravvivenza vere e proprie, se non quella – a mio avviso – di tenere sempre a mente che stiamo parlando con una persona. Una persona come noi. Che bene o male qualcosa sta facendo, proprio come noi. Che ha le sue giornate no e le sue paure, proprio come noi.

Se dovessi classificare in qualche modo le molte persone che ho intervistato in questi anni, direi che 3 è il numero giusto in cui poterle accorpare.

Tipo 1: chi è perfettamente consapevole di avere a che fare con un giornalista.
Quasi mai per lui/lei io sono una persona. Non gliene importa granché di come mi chiamo, qual è il giornale per cui scrivo (e di questo ne avevo già dibattuto in altra sede), del perché ho scelto proprio di scrivere su questo argomento. Sono soltanto una persona-oggetto che darà a lui/lei e al suo progetto visibilità gratis da qualche parte.

Non solo: la persona in questione è assolutamente certa che io non ne sappia una fava, di quello di cui sta parlando, che non mi sia preparata perché magari l’articolo mi è stato affidato il giorno prima insieme a una fotogallery delle tette di Irina Shayk e il resoconto dell’ultima partita dei Mondiali. Così si sentono in diritto di arrivare da me con la pappa pronta, risposte preconfezionate da liquidare in dieci minuti, che troverei tali e quali (giusto qualche sinonimo qua e là) in ogni altro sito, giornale o web radio che abbia intervistato prima di me – e dopo di me – il Soggetto in questione.

A onor del vero, una delle mie interviste più belle è stata con un personaggio del genere. Al
termine di una conferenza stampa ci siamo seduti sul divanetto ed è partito riprendendo alcuni dei temi che aveva dibattuto con foga poco prima davanti alla platea di miei colleghi. Alla seconda domanda, più specifica, si è fermato con aria sorpresa e ha capito che avevo fatto i compiti a casa. Magari non benissimo, non quanto un giornalista che si occupa solo di quel tema lì (nello specifico: il teatro), ma li avevo fatti. Ne è nata una chiacchierata bellissima di un’ora e mezza con il direttore di uno dei più interessanti teatri della mia città.

Tipo 2: chi non sa proprio parlare con un giornalista, perché non ha idea della notiziabilità delle cose che fa.
Esempio: apri un’associazione culturale in una zona degradata della città, metti in moto una rete virtuosa di pubbliche relazioni, in modo che lo spazio venga presidiato in maniera costante, le istituzioni locali ti appoggiano e ti patrocinano, solo che… sui giornali di te non si parla. Dannati stronzi: lo hai pensato, vero? Già, perché in buona fede ignori che i giornalisti non scrivono le cose per scienza infusa, che esiste uno strumentino chiamato comunicato stampa, e che finché quello strumentino non arriva sulla loro mail è difficile che impantanati nella routine redazionale si accorgano di te.

Fino a quando la freelance che ti abita due portoni a fianco non si accorge dell’insegna appena montata. Allora viene da te, inizia a farti domande, ti vuole intervistare. E tu cominci a raccontare: “mi sono iscritta a Scienze della Formazione perché volevo fare l’insegnante di matematica alle elementari, sa ho sempre avuto una passione per i bambini, da piccola facevo volontariato negli Scout, poi durante l’università ho fatto un corso di arabo, per specializzarmi in mediazione interculturale, e così ho pensato di cambiare facoltà, solo che…“. Alt. Alt. Un attimo. Stiamo parlando della tua associazione, del quartiere degradato. Sì, le tue competenze sono importanti, ci mancherebbe, ma non è detto che io nell’articolo debba parlarne. Non è quello il punto. Il punto è che hai creato una bella cosa dove prima mancava. Di questo mi devi parlare. Poi, se ci sarà tempo, parleremo delle tue competenze.

Questo tipo di Soggetto Intervistato è di solito alla prima intervista della sua vita. Non sa cosa dire, come comportarsi. Tutto gli sembra rilevante. Quando, uno o due anni dopo, osservo da lontano quante belle cose la sua associazione ha portato alla città, mi intenerisco a pensare di averli in qualche modo tenuti a battesimo.

Tipo 3: la Persona Umana.
Il mio tipo preferito, quello che ahimé non incontro quasi mai perché il mio approccio al Soggetto Intervistato è troppo professionale (Geraldina invece ci riesce, e la invidio più che mai). Sono quelle persone con le idee chiare su quello che stanno facendo, che ci credono davvero, e che quando sentono che un giornalista/blogger è interessato a loro non gli sembra vero. Si prodigano in ringraziamenti che fanno arrossire, e che mi fanno pensare che il mio lavoro non è solo estremamente piacevole, ma anche utile. Utile a loro, perché ho contribuito a dar loro voce. Utile a me, perché ho avuto l’opportunità di dialogare con persone veramente in gamba, che ci tenevano proprio a costruire – con me, in quell’istante – un dialogo autentico, una sorta di empatia. Utile ai lettori, perché questo genere di dialoghi porta alla luce articoli ricchi, completi, informativi, ed è questo lo scopo principale di un’intervista.

Ciò che credo di saper fare meglio

Su mentelocale.it è pubblicata la mia intervista a Sergio Di Bitetto, autore del cortometraggio “Plugin“, che ha fatto emozionare la sottoscritta e molte altre persone in tutto il mondo.

Io e Sergio, che vive a Vancouver (grazie Virginia per avermelo fatto scoprire!), abbiamo chiacchierato via Skype della sua vita canadese, di quale (enorme!) impegno richieda la lavorazione di un corto di 4 minuti e mezzo, del perché abbia scelto di occuparsi di questo argomento, ossia di come l’amore ci renda tutti uguali anche quando lo orientiamo in direzioni differenti.

C’è una frase, pronunciata da Sergio all’inizio dell’intervista, in cui mi ha motivato il perché ha scelto di fare Plugin. Da allora non riesco a togliermela dalla testa.

Dice più o meno così: «Se ognuno metteresse a disposizione le proprie capacità, quello che sa fare meglio, e lo donasse agli altri, anche saper fare la pizza, ma farla con l’intento di dire “Voglio fare una pizza buonissima, che punti a essere la più buona che io abbia mai fatto, affinché altre persone la assaggino e traggano felicità da questo assaggio, perché la pizza è la cosa che so fare meglio».

Per buona parte della mia vita ho pensato che “fare qualcosa per gli altri” volesse dire esclusivamente sporcarsi le mani. Il volontariato puro, l’attivismo sociale, era sinonimo di accompagnare persone disabili a Lourdes, imboccare anziani che faticano a mangiare da soli, far divertire i bambini con i giochi e i canti da ACR o scout. Mai fatto nulla di tutto questo, e mi sono sempre sentita in colpa con il mondo. Perché io so solo scrivere, e scrivere non serve a cambiare il mondo, mi dicevo.

Parlare con Sergio ha acceso una lampadina nella mia testa. Mi ha ricordato quanti scrittori e artisti nella storia hanno fatto la differenza, semplicemente con la propria arte.

Ecco, ben lontana dal paragonarmi a qualsivoglia mostro sacro, e con tutto il rispetto possibile per chi si sporca le mani “per davvero”, ho pensato che scrivere è ciò che credo di saper fare meglio, e che se ogni volta scrivessi al massimo delle mie possibilità, potrei lanciare anche io – nel mio piccolo – qualche minuscolo granello di sabbia che faccia la differenza. Che possa disegnare, anche nella mente di una sola persona, un punto interrogativo su alcuni valori per me (per me! non per il mondo intero) non negoziabili: la dignità del corpo, il diritto a una sessualità consapevole, l’autodeterminazione della propria alimentazione e della propria salute, il rispetto delle differenze, l’abbattimento di quelle differenze che sono mera costruzione sociale, la laicità di ogni Stato, il diritto ad avere o non avere un credo religioso, l’importanza civile e sociale della lettura e della cultura, il valore profondo dell’identità personale e individuale.

Parole grosse, pesanti, di fronte alle quali mi inchino e, con il massimo rispetto, scrivo. Un grazie dunque a Sergio, a mentelocale.it e alla sua direttora Laura Guglielmi, per i minuscoli granelli di sabbia che mi consentono di gettare.

Qui trovate l’intervista.