Pedalare in gruppo è…

Stavo per iniziare questo post scrivendo che pedalare in gruppo è bello.
Poi ci ho ripensato.
Perché bello è una fregatura linguistica, un termine ombrello che usiamo quando il nostro dizionario interiore fa come il bulletto della scuola, che è intelligente (sopra la media, si scoprirà poi) ma non si applica.
Quando diciamo bello, è un po’ come quando incontriamo una persona che conosciamo poco e che ci domanda “Come va?” e noi rispondiamo “Tutto bene” quando non va tutto bene per una beata fava.

Perciò cambio registro.

Il primo aggettivo che mi viene in mente è nuovo. Pedalare in gruppo è stata un’esperienza nuova, ma anche pedalare di notte, ma anche pedalare in città e nei caruggi, ma anche pedalare con il caschetto sulla testa.

Pedali nella notte è un’esperienza che si svolge da tempo in diverse città italiane, inclusa Genova, che alla faccia di salite e sampietrini assume una veste nuova quando la si percorre in bicicletta.

Da qui il secondo aggettivo. Pedalare in gruppo, di notte, in città eccetera è stato faticoso. Non pedalavo da molto tempo, la bici era sepolta nella polvere del garage dei miei genitori. E dire che, mentre i muratori risistemavano la casa, dicevo tronfia “Appena mi trasferisco qui pianto il basilico sul balcone e porto giù la bicicletta”. Sono passati due anni, mai piantato il basilico e solo quattro giorni fa è arrivata la bicicletta.

Abito al quarto piano e la bici non entra nell’ascensore. Chi è stuf* di pagare ogni mese per fare sollevamento pesi in palestra, faccia un salto qui che c’è da divertirsi.

L’aggettivo numero tre è commovente. È stato commovente seguire la scia dei ciclisti più esperti, scampanellare per strada al loro richiamo, non dovermi curare di accendere le lucette perché erano loro a farmi luce. È stato commovente scoprire che a due passi dal mio ufficio c’è uno spiazzo con vista porto chiamato Poggio della Giovine Italia, dove ho concluso la prima fase del reading a pedali leggendo il mio racconto. È stato commovente arrivarci da sola, una strada che percorro ogni giorno, partendo con l’intenzione di passare per salita del Prione e ritrovandomi invece a pedalare fra i tavolini di piazza delle Erbe e risalire poi vico Mezzagalera, a piedi, perché è troppo pendente per i miei polmoni, e poi arrancare in via Ravasco, che è una delle strade di Genova che preferisco, e passare davanti al mio ufficio con le luci qua e là ancora accese alle 10 di sera.

Infine, giuro che è l’ultimo, pedalare in gruppo è stato felice. Felice perché eravamo noi cinque, a darci la spinta, scattare e frenare, a cambiare marcia in sincrono sugli stessi rapporti, senza dircelo apertamente ma sapendolo. Eravamo in cinque anche se Dario è in Anatolia e Federica ci seguiva a piedi. Anche se Giulia ne sa più di tutti noi, in fatto di biciclette, e Andrea scattava come Pantani su per via Nino Bixio. Anche se io pedalo più lenta, ma alla fine arrivo sempre.

Ed è stato felice piegarci uno sull’altro, stretti in una camera d’aria di parole e rime e metafore, e pensare che quella sera a casa di Giulia e poi le sere successive allo Jalapeno non stavamo solo buttando lì un’idea, stavamo creando qualcosa di nostro.

Grazie amici. Ve lo dico qui, nero su bianco, che con le parole parlate sono meno a mio agio, e lo sapete.

collettivo linea s camera aria

5 cose (+ 1) che ho imparato al Festival della Comunicazione

tw letteratura
1. Le battute su Berlusconi fanno ancora ridere. Intendo proprio ridere di gusto. Da giovine ingenua quale sono mi illudevo che il bisogno di ridere del berlusconismo per non piangerne fosse tramontato, che nel bene e nel male noi italiani fossimo andati oltre. Mi chiedo che senso ha piangersi addosso perché non andiamo avanti, quando siamo i primi a continuare a guardarci indietro. Come ha detto saggiamente Severgnini, se rimani fermo nel tuo stagno non lamentarti se poi ci trovi i rospi.

2. Poche donne, poch* giovani. Programma e relatori piuttosto maschiocentrici, salvo le legittime e brillanti eccezioni come Annamaria Testa e Carola Frediani. Ma anche Anna Masera e Valentina Pisanty, che però non ho seguito, così come il progetto Enciclopedia delle donne. Quello che un mio amico ha ieri definito “la vecchia guardia senza degni eredi”, i vari Eco Rampini Bartezzaghi e così via, è un gotha maschiocentrico. Lungi da me lamentarmi, amo la compagnia degli uomini e ne ammiro l’intelligenza, non in quanto uomini ma in quanto persone intelligenti. Io ho studiato i libri di Umberto Eco, all’università. Spero che sempre più donne (e sempre più uomini) ne raccolgano l’eredità.

3. Tra i relatori neanche un influencer. Forse perché erano tutti alla Festa della Rete di Rimini. Scommetto che scarseggiavano anche tra il pubblico. Unica “eccezione” Salvatore Aranzulla, invitato però in quanto imprenditore del web e non in quanto blogger. Mi ha fatto piacere. Nulla da togliere ai blogger e alla loro professionalità, quando c’è, ma da convinta laureata in Scienze della Comunicazione è stato emozionante scoprire che non sono l’unica a pensare che la comunicazione sia nata ben prima di Brin, Page e Zuckerberg.

4. Quelli di TwLetteratura sono troppo simpatici. Mi scuso con loro per non essermi palesata, ma noi blogger siamo timidi e impacciati. Hanno fatto scrivere tweet su carta a un centinaio di persone, ispirandosi all’opera di Byron. Con due fogli A4 e una penna hanno insegnato le regole e lo scopo di Twitter molto più di quanto qualsiasi manuale di comunicazione potrebbe fare. A proposito, l’hashtag #TwPinocchio è già attivo, diamo tutti un’occhiata e partecipiamo.

5. Augias. E non aggiungo altro. Ognuno ha le sue debolezze: chi la Nutella, chi alzarsi alle 4 del mattino per stirare, chi intonare a tutti i costi la borsa con le scarpe. Io ho Augias.

+1. Da qualche anno posso definirmi camoglina di adozione. Ho sempre amato questo luogo pur nelle sue contraddizioni, il mare aperto (con vista su tutta la Liguria, quando si è fortunati) e la diffidenza tipicamente ligure dei suoi abitanti, le strade vuote in inverno e lo stare compressi in spiaggia d’estate, la focaccia e le acciughe e quel tasso di umidità che non ha eguali. Non ho mai visto così tanta gente a Camogli. Nemmeno i camoglini l’hanno mai vista, e l’ho sentito dire da molte persone. Il Sindaco si aspettava 7.000 presenze agli eventi del Festival, ce ne sono state oltre 20.000. Vedevi Umberto Eco e Severgnini girare per il lungomare come se niente fosse. La meravigliosa Libreria Ultima Spiaggia era sempre piena. Gli organizzatori di questo festival hanno creato qualcosa di meraviglioso e non vedo l’ora di ritrovarli qui l’anno prossimo. Perché vi ritroverò, vero?

Conclusa l’esperienza, su mentelocale.it trovate i miei articoli da “inviata al Festival” e molti altri contributi, e su Instagram le pochissime foto che ho avuto modo di scattare.

Arrivederci al prossimo #festivalcom.