Officina Letteraria: laboratori 2014 / 2015


Per chi bazzica in quel di Genova, domani pomeriggio (venerdì 26/9, ore 18) ci sarà la presentazione dei laboratori di scrittura 2014/2015 a Officina Letteraria.

Chi mi segue ha già orecchiato questo nome [non so se è il verbo più appropriato, ma la parola orecchiare mi piace un sacco]: tra le mura di via Cairoli ho prodotto molti fra i miei scritti, ideato due o tre romanzi mai conclusi, pianto e riso, bevuto tanto vino, conosciuto persone meravigliose, partecipato a progetti creativi folli e straordinari. Penso alla formazione del Collettivo Linea S, al reading Leggere la memoria sul tema della Shoah, all’ebook Senza amore pubblicato con Emma Books, ai racconti per l’infanzia su Edvard Munch pubblicati in Dipingiamo il loro futuro. Nulla di tutto questo esisterebbe senza una meravigliosa donna, scrittrice, maestra e amica, Emilia Marasco, che ha fondato e coordina Officina Letteraria.

La carne al fuoco è davvero tanta: mi sono già prenotata per due appuntamenti fra i molti in calendario, il laboratorio Scrivere un monologo tenuto da Pino Petruzzelli e il workshop su Editoria e Scrittura tenuto da Antonio Paolacci (della fu Perdisa Pop, hai detto cotica).

Non è però finita qui.

Da qualche giorno ho assunto il ruolo di bot [chi è su Twitter pregasi followare] e a partire da ottobre scriverò sul blog di Officina Letteraria, in una squadra al femminile di tutto rispetto capitanata da Sara Boero.

Se amate la scrittura e la buona lettura (oltre che l’ottima compagnia di persone eccezionali), seguiteci in questo anno insieme.

Pedalare in gruppo è…

Stavo per iniziare questo post scrivendo che pedalare in gruppo è bello.
Poi ci ho ripensato.
Perché bello è una fregatura linguistica, un termine ombrello che usiamo quando il nostro dizionario interiore fa come il bulletto della scuola, che è intelligente (sopra la media, si scoprirà poi) ma non si applica.
Quando diciamo bello, è un po’ come quando incontriamo una persona che conosciamo poco e che ci domanda “Come va?” e noi rispondiamo “Tutto bene” quando non va tutto bene per una beata fava.

Perciò cambio registro.

Il primo aggettivo che mi viene in mente è nuovo. Pedalare in gruppo è stata un’esperienza nuova, ma anche pedalare di notte, ma anche pedalare in città e nei caruggi, ma anche pedalare con il caschetto sulla testa.

Pedali nella notte è un’esperienza che si svolge da tempo in diverse città italiane, inclusa Genova, che alla faccia di salite e sampietrini assume una veste nuova quando la si percorre in bicicletta.

Da qui il secondo aggettivo. Pedalare in gruppo, di notte, in città eccetera è stato faticoso. Non pedalavo da molto tempo, la bici era sepolta nella polvere del garage dei miei genitori. E dire che, mentre i muratori risistemavano la casa, dicevo tronfia “Appena mi trasferisco qui pianto il basilico sul balcone e porto giù la bicicletta”. Sono passati due anni, mai piantato il basilico e solo quattro giorni fa è arrivata la bicicletta.

Abito al quarto piano e la bici non entra nell’ascensore. Chi è stuf* di pagare ogni mese per fare sollevamento pesi in palestra, faccia un salto qui che c’è da divertirsi.

L’aggettivo numero tre è commovente. È stato commovente seguire la scia dei ciclisti più esperti, scampanellare per strada al loro richiamo, non dovermi curare di accendere le lucette perché erano loro a farmi luce. È stato commovente scoprire che a due passi dal mio ufficio c’è uno spiazzo con vista porto chiamato Poggio della Giovine Italia, dove ho concluso la prima fase del reading a pedali leggendo il mio racconto. È stato commovente arrivarci da sola, una strada che percorro ogni giorno, partendo con l’intenzione di passare per salita del Prione e ritrovandomi invece a pedalare fra i tavolini di piazza delle Erbe e risalire poi vico Mezzagalera, a piedi, perché è troppo pendente per i miei polmoni, e poi arrancare in via Ravasco, che è una delle strade di Genova che preferisco, e passare davanti al mio ufficio con le luci qua e là ancora accese alle 10 di sera.

Infine, giuro che è l’ultimo, pedalare in gruppo è stato felice. Felice perché eravamo noi cinque, a darci la spinta, scattare e frenare, a cambiare marcia in sincrono sugli stessi rapporti, senza dircelo apertamente ma sapendolo. Eravamo in cinque anche se Dario è in Anatolia e Federica ci seguiva a piedi. Anche se Giulia ne sa più di tutti noi, in fatto di biciclette, e Andrea scattava come Pantani su per via Nino Bixio. Anche se io pedalo più lenta, ma alla fine arrivo sempre.

Ed è stato felice piegarci uno sull’altro, stretti in una camera d’aria di parole e rime e metafore, e pensare che quella sera a casa di Giulia e poi le sere successive allo Jalapeno non stavamo solo buttando lì un’idea, stavamo creando qualcosa di nostro.

Grazie amici. Ve lo dico qui, nero su bianco, che con le parole parlate sono meno a mio agio, e lo sapete.

collettivo linea s camera aria